141,8
Stavo pelando le carote sotto l’acqua nel lavandino e ho pensato al gesto universale di mondare le verdure. Mi sono chiesto anche se si dica sbucciare o lavare, nel senso di pulirle dalle impurità presenti sulla buccia, o scorza.
Ovviamente ho sviato dal pensiero iniziale, che mi sembrava buono. Uno spunto di riflessione che un uomo di mezza età potrebbe porsi in cucina. Non ho assolutamente intenzione di sviluppare.
Dietro di me, mentre mi pongo domande esistenziali senza risposta, un fornetto è in funzione al massimo della potenza: 250 gradi. Sento il suo calore sulla schiena già sudata. In questi ultimi due mesi il fornetto è stato una bocca della verità silenziosa. L’ho riempito di messaggi a forma di focacce, ciabatte, biscotti. Lui, un essere grigio che promette spiedi perfetti e lievitazioni infallibili, ha tutte le risposte e le fonde come lettere dal passato. Un antenato di ChatGPT.
Forse anche per questo cucinare è terapeutico.
Ho imparato a cucinare quando mia madre partiva per lavoro. Facevo robaccia, intrugli da stregone. Mi piacevano molto le zuppe, perché le preparavo dopo aver fatto fuori tutto il resto del figo, la roba fresca. Quelle zuppe stavano sempre in un angolo della dispensa, con i loro legumi, i cereali, e a volte erano passati di verdura da scaldare.
Mangiavo via tutta la spesa che mia madre mi lasciava nelle prime ore. Poi, per l’intero weekend, i miei pasti li consumavo dentro alte terrine di vetro, come le ciotole di un grosso alano. Mangiavo giocando al computer, sul divano, davanti alla televisione. Ho sempre avuto questa solitudine. Per me, stranamente, è un bel ricordo.
Anche il Covid, vissuto rinchiuso in una stanza con letto e scrivania, mi sembra un bel ricordo. Nonostante i danni psicologici comuni a tutti o fare la fila davanti ai supermercati come uno zombie e caricarmi di cibo di conforto. È difficile ora tornare a quei momenti: sono fatti di cucchiai, briciole di pane, macchie sulla scrivania. E sigarette.
Ho smesso di fumare mesi fa. Anche quello, oltre alla dieta, mi ha lasciato un po’ basito. Le sigarette mi mancano ancora, come mancano i pezzi che compongono un ricordo. Un ricordo che si ripete.
La zuppa sul fuoco si asciuga. Gli amidi della pasta o del riso si diffondono fino al cuore della pentola, e l’acqua si trasforma in un brodo denso. E grana. Tanto, tanto grana a fuoco spento. Quello delle buste. Il mitico Biraghi.
Questa, in larga parte, è l’origine della mia obesità: un ritmo, un’educazione autoimposta, un modo di stare con me stesso affacciato sopra una grossa zuppa calda, con pezzi di pane abbrustolito o quei cracker con il riso soffiato che sembrano dietetici solo all’apparenza.
Ogni chilo perso — sto inventando per rendere tutto un po’ più letterario, dai — è un ammasso di ricordi. Come il pelo del gatto: una hairball. Il gatto è tra i miei piedi adesso. Sento il suo cuore pulsare. È un animale guida dentro al vortice di questi mesi.
Io mi ritrovo qui: un poeta italiano a dieta in Indonesia, che cerca di mangiare le giuste calorie quotidiane e bilanciare i macronutrienti, sfornando. In realtà, con mia moglie guardiamo la nostra foresteria crescere ogni giorno, lievitare. E ogni giorno emerge un nuovo problema: perdite, rifornimenti, burocrazia, staff... Ogni cosa ha un equilibrio da rispettare. Devo abituarmi al privilegio.
In questo momento ci sono dieci operai indonesiani che dormono in una casetta di legno nel nostro giardino. Se la sono costruita loro in un giorno. Non è male.
La domenica invitano le mogli e i figli. Alcuni sono piccolissimi e se la spassano.
Ci chiamano Boss. Un modo scherzoso di prendere le distanze, di piantare una staccionata per rapportarsi con noi. Siamo quelli che danno lavoro. Siamo i forestieri. I boss.
Indonesia: una superpotenza economica fatta di diciottomila isole, tenute assieme da una lingua che vale meno degli infiniti dialetti e dalla religione. Una nazione che non sa gestire la plastica e i rifiuti, ma che cresce veloce in molti settori.
Prendete con le pinze quello che scrivo: sono impressioni di pochi mesi. Secondo me siamo nei loro anni Settanta-Ottanta. Nel loro boom economico. Qui il lavoro e la carriera sembrano stare da un’altra parte. Sopra ogni cosa ci sono la famiglia, la religione, i rituali. Una grande comune. Una grande agape. E sui social lo sfogo: leoni da tastiera, perché la politica e il potere hanno più di qualche mancanza nei loro confronti.
Mi fa effetto, perché ho odiato quasi tutti i miei datori di lavoro. In Italia, dopo le esperienze universitarie nei bar, il proprietario eroinomane che litigava con la moglie tossica, il capo sottone che si è ripreso la ex al posto mio, chi mi pagava tirando fuori quello che aveva dal portafoglio, e altri ancora nel mondo della cultura — egomani viscidi, progetti maniacali, istituzioni senza sensibilità artistica — mi sentivo sempre una mosca bianca. Era colpa mia, tutte le volte. Forse.
E allora zuppe. Buste di grana. Fili d’olio. E rutto libero, come diceva Fantozzi. Ho sempre la sua voce in testa quando faccio gli elenchi. Era un maestro nel creare contesto e iniziare un capitolo delle proprie disgrazie.
Non mi è andata bene in Italia per molte ragioni. L’Indonesia sarà, volente o nolente, il posto dove curerò quelle ferite. Dove rifletterò sulle mie responsabilità e su quelle degli altri. Un posto che ha almeno il vantaggio di essere lontano da dove me le hanno inferte. E da dove me le sono inferte da solo.

La mia preferita della serie finora 😊
Commovente. Tu curerai le tue ferite, ma chi te le ha inverte...capirà mai che le sue sono degne di poca misericordia?