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Quarta settimana
Si pensa sempre di non avere il tempo per scrivere. Perché scrivere è riscrivere il tempo. E il tempo è l’unità di misura principale della vita, la convenzione alla base di ogni cosa, più di tutte le altre misure, la più spaventosa.
Devo arrivare a 107 kg entro quest’estate sono più di 40kg di grasso corporeo in meno di un anno.
Devo farlo per motivi di salute.
L’assicurazione sanitaria internazionale che volevo stipulare - adesso che non sono più domiciliato in Italia e non ho più diritto alla sanità pubblica - è l’unica maniera che in futuro mi garantirà cure adeguate in Indonesia.
Non possono darmela. Me lo hanno detto sulla base del calcolo BMI: peso per altezza.
E adesso ho questi pochi mesi di tempo per uscire dall’obesità, una specie di salto temporale.
Non posso ammalarmi o avere incidenti nel frattempo, le cure qui costano molto.
Perdere più di 40kg è un’impresa possibile solo con la pazienza.
L’unica arma che abbiamo contro il tempo.
L’altra settimana dopo il mio articolo sulla Palestina e sul formaggio coi buchi mi hanno bannato dalla Community per grassi-in-dieta su Facebook, alla quale mi ero iscritto per trovare confronto e supporto. Pe contare assieme le calorie.
Non si parla di politica lì. Eppure il grasso è politico. Parlavo di dispendio energetico di un giovane palestinese durante il conflitto a Gaza, farneticavo sui buchi dell’Emmentaler che ci affondano e ci riempiono di vuoto.
Per me la Palestina è sempre stata un argomento che ho vissuto tremendamente nel profondo. Tremendamente male.
Quel conflitto è il termometro del mondo.
E il mio.
Ci sono i paesi mussulmani e l’occidente, Israele, il mediterraneo. E le democrazie mondiali non sono ancora riuscite a trovare una soluzione bella, forte, coraggiosa.
Poi c’è l’eredità dell’olocausto che pesa sul ragionamento di molti. Per esempio i nostri genitori.
Un amico mi ha chiesto di parlare della mia esperienza a Jenin in West-Bank, di raccontare di quella volta; non volevo, perché sapevo che nelle settimane successive sarei ripiombato nell’algoritmo. E infatti.
Ogni giorno da quel momento l’ho passato a leggere e documentarmi (rileggere e ridocumentarmi) e scrollare i morti con ritrovata ossessione maniacale, ancora adesso mentre scrivo la rabbia mi pervade. Mi atterra, è invalidante.
Saranno anche le 2200 calorie giornaliere, sufficienti appena per sopravvivere al clima tropicale indonesiano che mi rendono più arrabbiato più triste più frustrato.
Per questo mi ero messo nei panni - strettissimi - di quel giovane palestinese in dieta forzata.
La mia frustrazione principale è legata al fatto che forse non esisterà mai una soluzione netta, in Palestina, finché sarò in vita. Finché ci saranno ancora i palestinesi.
Una soluzione che li coinvolga democraticamente, soprattutto.
Nel mio piccolissimo essere penso che quello che ho sempre fatto sia mettere una foglia sopra il compost nell’orto della cultura (qualunque significato abbia questa parola).
Con l’arte, la poesia, la mia cosa. Perché ho provato l’insoddisfazione di schierarmi troppe volte senza consolazione, o meglio l’inutile resistenza (tutt’altro che inutile per certi versi, logicamente), ho votato per anni partiti e persone che non sono mai state elette. Non ho mai visto attuarsi una legge in ‘’favore’’ del mio lavoro di artista.
Ho sempre visto i bandi e l’associazionismo come una sconfitta, anche se con gioia illusoria, ho sempre partecipato, animato e fatto.
(Una volta a Torino ho organizzato un festival musicale e ricevuto delle minacce a viso aperto da parte di chi organizzava un evento simile - ma del tutto diverso - e per un po’ ho ignorato come mi aveva fatto stare).
Tutto si riduce nell’attesa del compromesso che non pende mai dalla parte degli oppressi.
È un mondo di merda.
La vita è forse il tempo di accettare questo fatto?
Potrà mai bastare un episodio di gentilezza (qualsiasi) di chi ancora riesce a provare bellezza?
La complessità è accettare che ogni tanto facciamo schifo e ogni tanto siamo buoni e quindi la vita è quanto statisticamente questo possa capitare a ciascuno?
O forse è tutto più naive, tutto più boh. A caso.
C’era una volta io che ci credevo, come una miss sul palco che viene perculata perché vuole la pace nel mondo da un concorso di bellezza.
Anche per questo la mia fortuna la sto facendo altrove, in un altro ambito, perché in Italia col mio sogno di poesia (e chi mi conosce sa cosa scrivevo e leggevo sul palco e i temi che ho sempre affrontato) non sarei mai resistito all’invecchiamento, al lavoro, alle persone della “cultura” strampalate e impreparate, alla precarietà dell’artista.
Senza soccombere psicologicamente.
E come ho già fatto altre volte sono partito, questa volta con l’amore della mia vita, altre volte da solo, prima cambiavo città adesso ho cambiato mondo.
Vorrei avere dei compartimenti stagni installati nella psiche profonda e mentre faccio una cosa distinguerla dall’altra. E invece mentre immagino una nuova ricetta o cucino, o leggo un libro, penso alla Palestina, mentre faccio una commissione o imparo lentamente l’Indonesiano, penso alla Palestina...
Scrivo queste parole per un motivo, perché il mio senso di colpa borghese, cristiano, mi attanaglia e devo accettarlo per quello che è. Così, sono così. Non posso cambiare il mondo e il mondo non cambia con una mia poesia, non cambio il mondo dal palco o condividendo la mia dieta sui social o schierandomi apertamente per qualche causa.
Devo starci, le cose cambiano a livello macro, magari con un cambio di presidente americano fra qualche anno (anche se finalmente i giovani statunitensi si stanno movimentando seriamente in questi giorni), la Palestina vedrà tempi migliori.
Oppure interviene la Cina, o finalmente l’Europa. Chissà. Ma non è questo il punto, appunto.
Io sono per i micro cambiamenti. Quell’insegnante che ti vede un po’ triste e a ricreazione ti offre un pezzo del suo panino e ti invita a parlare. Cose così. Cose che anche dopo anni ti ricordi e magari diventano l’unico ricordo buono di tutto un periodo.
In buona sostanza voglio usare, in questi mesi, questo spazio per parlare di me, della mia dieta, dell’Indonesia. Eppure dire tutto il resto, se qualcosa lo escludo non è perché non ci stia prestando attenzione, magari è troppo doloroso e devo prendere le cose da una prospettiva diversa. Parlando di nulla per dire tutto. Questo è un significato che ho dato a certe avanguardie che mi piacciono, a certa poesia sperimentale. A certe cose che facevo e che magari rifarò.
Volevo farti, sapere (ciao, sei un grazie che mi leggi!) che io so, io conosco quale parte è quella giusta, se così possiamo chiamarla e che è ovvio, la storia ci darà ragione, a me a te e alla Palestina e a tutti noi che ne soffriamo fino a vomitare (dai nostri divani comodi).
Voglio delegare la lotta a chi la fa meglio e di lavoro come il BDS Movement a cui sovente faccio una donazione. All’interno del quale ho vecchie amicizie e conoscenze. E vi invito a farlo se come me soffrite, se fate fatica a vivere la vostra vita - figuriamoci salvare quella degli altri.
In una vita precedente o successiva anche io sto salpando, salperò, salpavo con una Flottilla alla volta delle ingiustizie del mondo. Però no, sono qua, in Indonesia (che a sua volta ne di cose belle e buone) a fare la dieta, a scrivere, a lavorare, a cercare di capire il mio posto nel mondo.
A proseguire quello che non ho mai smesso di fare. Il poeta.
PS. Ecco che ancora una volta non vi ho parlato dell’Indonesia dal punto di vista di un poeta in dieta in Indonesia, era il progetto iniziale, riprenderà la prossima settimana.

non fermarti, con la scrittura e con il resto :)
Ho notato che è cambiata la bilancia, questa mi sta più simpatica della precedente… comunque è bella questa nuova avventura substackiana, grazie!